domenica 29 novembre 2009

Con Marco Cappato, tavolo a Lecce sulle (pre)firme.

sabato 28 novembre 2009

Abbiamo bisogno di battaglie, non di posizioni politiche.

Non penso che i Francavillesi siano un popolo di gente stupida o inetta, ma ritengo piuttosto che la nostra comunità subisca più di altre il male dell’oscuramento di regime, dal quale derivano vizi antichi e preoccupanti.
Francavilla necessita di un nuovo approccio, di una differente gestione metodologica, di un cambiamento di rotta che dia il via ad ogni successiva, ulteriore e consequenziale riforma, piccola o grande che sia. Tutti bravi, ad ogni scadenza elettorale, ad invocare la liberazione dei cittadini dal ricatto della politica e ad ergersi a moralisti, nessuno che ancora abbia compreso quale sia la strada da intraprendere.
Così, nell’era della comunicazione telematica e dei “mondi virtuali”, Francavilla rimane ancorata a stantie e degradanti logiche contrarie ai più elementari principi di trasparenza.
Il problema principale è che la gente non sa; e meno sa, meno appare disposta a voler sapere. Più l’amministrazione scoraggia la conoscenza, meno i cittadini si interessano, convinti che, tanto, cercare di documentarsi sia uno sforzo vano. La questione principale è questa, nasce dal non poter conoscere e il non poter conoscere coincide col non poter decidere. Non informare su cosa accade in consiglio comunale è una strategia, consapevole o no, di conservazione dello status quo.
E, si badi, non è che questo dato non produca dei danni anche agli stessi amministratori: se infatti i cittadini non avranno avuto nessuna possibilità di vigilare sull’operato della politica, quest’ultima non si sarà creata gli anticorpi necessari per sentirsi pungolata nel fare bene. Prendete il Senato: è bastato diffondere solo i dati sulle scandalose assenze di alcuni parlamentari (anche della zona) per costringere la politica a darsi un contegno.
Ecco che allora, il sito internet istituzionale, che oggi rappresenta nient’altro che il biglietto da visita di una città, è privo di qualunque informazione degna di nota, persino dello statuto comunale.
Fatevi un giro virtuale e scoprirete che non vi è nessuna notizia online (a parte alcuni dati confusi sulle presenze dei dirigenti), noterete che il sito internet di Francavilla è il più povero tra tutti i siti di tutte le città, più o meno grandi, che ci circondano.
Ecco perché allora subito (anzi, da due anni!!), anche a Francavilla, anagrafe degli eletti e dei nominati, con tutte le informazioni relative all’attività dell’amministrazione e dei singoli consiglieri, dalla dichiarazione dei redditi alle presenze e agli atti presentati, fino alla trasmissione integrale delle sedute consiliari: per informare i cittadini e perché solo con l’informazione e con il conoscere per deliberare si potrà realizzare quel passaggio epocale che tutti dichiariamo di volere a parole ma che nessuno si impegna ad incoraggiare.
In campagna elettorale, in tanti avevano utilizzato questa nostra proposta come priorità del programma, con nostra somma gioia; purtroppo, ancora non abbiamo visto nulla. Quello che non consentirò è che questa idea venga bruciata come uno dei tanti spot elettorali ai quali, noi radicali, per nostra storia e diversamente da altri, non siamo abituati. Attendiamo perciò fiduciosi che davvero chiunque si faccia promotore concretamente in consiglio di questa iniziativa e che la stessa trovi la collaborazione degli esponenti politici di tutti gli schieramenti.

venerdì 20 novembre 2009

Questa politica, un cuore ce l'ha?


Da quello che si apprende dalla stampa, Mirna avrebbe espresso la volontà di essere tracheotomizzata. Da questa parte, il rispetto è, continua ad essere, massimo. Ci teniamo distanti da tifo, strumentalizzazioni e opportunismi vari.
Qualcuno probabilmente penserà che quelli come me, iscritti loro malgrado al “partito della morte” (noi che vorremmo semplicemente che fosse riconosciuto il diritto alla scelta individuale) ora taceranno, perché questa sarebbe la prova dell’incertezza di certe tematiche, degli scenari senza risposta che si aprono a ridosso della fine.
Come quando ci si accusa di avere risposte che, al contrario, da laici, non forniamo perché non ne abbiamo. Non abbiamo ricette magiche che possano valere per tutti. Abbiamo solo da indicare la stella polare rappresentata dalla libertà di scelta individuale che va piuttosto messa in contrapposizione con l’intrusione di terzi o peggio dello Stato nella sfera privata.
E allora spero che altri non vorranno lavarsi le mani festeggiando oggi la “vittoria della vita”. Perché l’esistenza di Mirna prosegue con i suoi drammi, con le burocratiche mancanze della politica, con il pietismo che lava le coscienze e con l’immobilismo indifferente ed ipocrita piuttosto diffuso.
Pensate un po’: mentre tutto questo accade, Maria Antonietta Farina Coscioni (presidente di quella associazione dei Piero Welby e dello stesso Luca Coscioni) è al 12° giorno di sciopero della fame per alcuni obiettivi semplici come rendere noto l’effettivo utilizzo dei finanziamenti stanziati nel 2007 e nel 2008 per i “comunicatori” di nuova generazione che consentono ai soggetti con gravi patologie e con compromissione della facoltà di parlare di interagire con il mondo esterno e rendere effettiva ed operativa l’approvazione della nuova versione dell’assistenza protesica del nuovo Nomenclatore, in modo che sia garantita la fornitura adeguata ad ogni persona con disabilità.
La tragedia delle migliaia di famiglie continua e continuerà anche dopo ed indipendentemente dalla vicenda di Mirna, continuerà anzitutto per la stessa Mirna che, una volta spenti i riflettori, nel momento in cui avrà scelto, non metterà un punto al suo cammino di solitudine, solitudine rispetto ad uno Stato che si dimostra ancora e sempre incapace di riconoscere diritti ma solo pronto a qualche elemosina e disposto a inneggiare alla vita senza saperla onorare.
Smettiamola dunque di accorgerci dei malati e della gente che soffre, solo quando questa ci lancia un grido di dolore, ma cerchiamo di riconoscere diritti, non di dispensare carezze ipocrite e imperativi vuoti di cui neppure conosciamo il senso e la gravità. Lo slogan dell’associazione Coscioni, di cui mi onoro di essere presidente nella città di Francavilla Fontana, è “dal corpo dei malati al cuore della politica”. Questa politica, ce l’ha, un cuore?

mercoledì 11 novembre 2009

Alternativa democratica al pericolo ronde.

Premetto che non avrei alcuna difficoltà ad aderire ad una proposta (qualora la condividessi) di un consigliere dell’uno o dell’altro schieramento, così come non ho mai risparmiato critiche a destra tanto quanto a sinistra.
A proposito delle ronde, pertanto, ritengo utile evidenziare come, accanto ad una già espressa contrarietà per ragioni che ho avuto modo di evidenziare (il rischio di un aumento della tensione e il “fastidio” in più proprio per il lavoro delle forze dell’ordine), sia utile che io sottoponga soluzioni alternative a chi chiede risposte, pur rifiutandomi di contribuire ad un’opera di terrorismo psicologico che oggi si rischia di alimentare nei confronti dei cittadini.
Registro che ormai il consigliere Proto vuole fare di queste ronde (termine chiaramente introdotto proprio ad arte per dare un sapore ideologico e populistico a questa proposta, diversamente poco pubblicizzabile) dei corpi “tuttofare”, la cui consistenza peraltro è tutta da verificare.
Anche nella sciagurata ipotesi in cui si volesse discutere dell’argomento nel corso di una seduta di consiglio comunale monotematico, mi pare opportuno formulare una proposta molto più fattibile e, se mi è consentito, civile (o certamente meno pericolosa).
Partiamo dall’assunto che esistono aree della città più desolate e aree invece in cui vi è una maggiore concentrazione di persone. Anzitutto, bisognerebbe prevedere uno sforzo estremo da parte dell’amministrazione al fine di individuare le zone da coprire con la illuminazione pubblica: potrebbe bastare una ricognizione del genere a disincentivare determinate condotte da parte di chi è alla ricerca di condizioni e contesti favorevoli per delinquere o molestare soggetti più deboli. Si sa infatti che una via buia è molto più appetibile come teatro di reati (proprio per la facilità con cui i malviventi possono agire e poi sfuggire alla legge) di quanto non lo sia una strada trafficata.
Nelle zone con maggiore concentrazione di gente, come la piazza o le aree limitrofe, o, comunque, dove possibile, sarebbe poi utile installare telecamere controllate dalle forze dell’ordine, in grado di rappresentare un elemento di sicurezza, senza dispiego ulteriore di energie e, soprattutto, senza che la presenza invasiva di “squadroni” improvvisati urti la sensibilità e la serenità dei cittadini.
Che ne pensano il Sindaco e la maggioranza? E, soprattutto, perché l’opposizione non fa sua questa proposta?

giovedì 5 novembre 2009

Sulla sentenza della Corte europea.


La Corte europea ha statuito che l’esposizione dei crocifissi nelle aule di scuola “è contraria al diritto dei genitori di educare i figli in linea con le loro convinzioni e con il diritto dei bambini alla libertà di religione”. Un sondaggio su corriere.it ha messo in luce che dei circa 40mila votanti, il 56,5% ha apprezzato la sentenza. Segno (ennesimo) che i cittadini sono molto più laici dei partiti?
Nessuno ha potuto controbattere alla sentenza nel merito usando argomenti tecnico-giuridici, ma si è preferito glissare con un po’ di sano vittimismo, in un Paese in cui si è abituati a gridare all’anticlericalismo e ad avere tutti i mezzi di comunicazione pronti ad accorrere in soccorso. E’ stato così smascherato come il mondo dei partiti italiano sia ancora una volta tutto unito, da destra a sinistra, da Mantovano a Bersani, soprattutto quando si tratta di tradire i principi di laicità. Si è parlato di sentenza politica, si è gridato al relativismo come causa di tutti i mali del nostro tempo, si è parlato di intolleranza laicista che tenderebbe a liberarci da una antica tradizione. Probabilmente nemmeno Benito Mussolini, quando decise negli anni 20 di emanare i decreti con i quali si introducevano i crocifissi nelle scuole e nelle aule di tribunale, avrebbe mai immaginato che quasi un secolo dopo la partitocrazia italiana sarebbe stata quasi tutta sulle sue stesse posizioni.
Quando frequentavo la scuola elementare, c’era l’usanza a dir poco violenta e irrispettosa di far recitare a tutti la preghiera, all’inizio e alla fine della lezione. Sembra poco, eppure immaginate quanto potesse essere “antipatico” per un bambino appartenente ad un’altra religione non sapere una parola di quella preghiera perché figlio di genitori atei o diversamente credenti. Ma, soprattutto, cosa c’entra l’ ”Ave Maria” o il “Padre nostro” con la scuola? Questa usanza è fortunatamente scomparsa e la cosa credo abbia prodotto solo effetti positivi.
Ma oggi, è davvero incredibile e insopportabile che si possa comparare la croce alla foto del Presidente della Repubblica che pure campeggia in ogni aula di scuola: l’una rappresenta una comunità di fedeli (quand’anche maggioritaria, questo non dovrebbe cambiare i termini della discussione, se accettiamo i principi di una democrazia liberale rispettosa di ogni individuo e ogni minoranza), l’altra rappresenta tutti i cittadini di questo Paese; è davvero paradossale che chi invoca la laicità delle istituzioni pubbliche debba essere tacciato di intolleranza e violenza solo perché sostiene che i luoghi pubblici non devono contenere riferimenti religiosi; è formidabile che qualcuno possa poi confondere un simbolo personale (pensiamo alla croce in una collana o anche al velo, simboli che si scelgono e si indossano individualmente) con un simbolo collettivo qual è la croce (affissa in un’aula scolastica) nella quale invece si presume che tutti dovrebbero riconoscersi. Insomma, davvero gli argomenti per difendere il mantenimento di una simile “tradizione”(come l’ha chiamata Bersani) sono scarsi, poco presentabili e soprattutto latitano.
Ma mi si dica, in conclusione: chi è l’intollerante, chi chiede il rispetto delle diversità o chi impone la propria fede agli altri?

venerdì 30 ottobre 2009

Carceri, Brindisi, sovraffollamento, Stato di diritto, pena di morte.

Premessa: Da una caserma dei carabinieri al Tribunale, da Regina Coeli al reparto detentivo dell'Osepdale Sandro Pertini. Avverto che le immagini che seguono sono decisamente forti.

http://www.cnrmedia.com/notizia/newsid/6267/il-caso-di-stefano-cucchi-morto-per-una-caduta-in-carcere-ecco-le-foto-mostrate-dalla-famiglia.aspx

Ho letto con estremo interesse l’articolo di Renato Rubino apparso sul Brindisino e relativo all’emergenza carcere.
Ho letto con interesse perché appartengo a quel gruppo di persone (politici e non) che negli infuocati giorni di ferragosto sono andate a fare visita ai detenuti.
La realtà brindisina (dove mi sono personalmente recato assieme al sen. Caforio), ben descritta da Rubino, è coerente con tutti i casi nazionali. Il carcere in barba all’art. 27 della Costituzione (per il quale la pena ha funzione rieducativa) diventa luogo di illegalità, nel quale vige, di fatto, la pena di morte, se è vero come è vero che nel solo 2009 abbiamo avuto oltre 50 suicidi (dato in continua crescita di pari passo col sovraffollamento del carcere).
Carcere “fuori dalla Costituzione”, come ha detto lo stesso Ministro Alfano. Ma attenzione: io ci vedo quasi un compiacimento della politica, una convinzione nascosta che la sofferenza del detenuto sia un bene per la società, perché questa condizione fa sentire i cittadini che vivono all’esterno, più sicuri. Questo è il prodotto delle campagne ideologiche anti-indulto, delle campagne sulla paura che richiede interventi spietati e non curanti delle regole e della legge, se necessario.
E’ vero, il 68% dei detenuti usciti commette nuovi reati in poco tempo; ma quanti sanno che questa percentuale si riduce al 19% per chi beneficia di provvedimenti di clemenza o di misure alternative? Praticamente nessuno. Anche perché, che interesse hanno a dirlo quelli che fondano i loro successi elettorali sulla paura dei cittadini? Per non parlare della penosa condizione degli agenti: solo per prendere il caso di Brindisi, 154 invece dei 194 assegnati. Di fronte a questa situazione è tutto il pianete carcere a esplodere.
Insomma, meglio allora parlare di provvedimenti più falsamente tranquillizzanti, demagogici e irrealizzabili, come la costruzione di nuove carceri (con quali soldi e in quanto tempo?!), anche se di detenuti ne entrano quasi mille ogni mese. Forse, una riflessione andrebbe fatta allora sul sistema giustizia, sulla opportunità di depenalizzare molti reati e appunto sulle misure alternative.
Poi, certo, mancano spazi di socializzazione, possibilità di lavoro e, perché no, di intimità con il proprio partner: anche in questo, il nostro Paese è arretrato perché non concede ai detenuti neanche lo spazio per normali e fisiologici rapporti sessuali. Scandalo!
Insomma: se tutto questo ci è noto, dovremmo chiederci perché, grazie a chi o a cosa.
Attenzione allora a non liquidare un evento come quello di quest’estate (la più importante e grande visita ispettiva mai realizzata in Europa) come una passerella. Intanto perché se si parla di sovraffollamento di carceri e contemporaneamente di sottodimensionamento di agenti, questo è già un merito che va riconosciuto agli organizzatori della visita ispettiva.
Prima del ’76 (e cioè prima dell’entrata in Parlamento di Pannella e compagni) in quei luoghi di disperazione non si poteva accedere: il carcere era zona off limit anche ai parlamentari. Basta solo questo dato a dare l’idea e a lasciare spazio all’immaginazione su quanto interesse la partitocrazia prestasse all’argomento.
E’ per questo che, tra le altre iniziative, i radicali pugliesi hanno chiesto alla Giunta Vendola la nomina del Garante dei detenuti regionale, il lavoro del quale, accompagnato da uno svuotamento delle carceri non più prorogabile ed eludibile, potrebbe essere utilissimo a porre sotto i riflettori in maniera costante una realtà ignorata, senza dover aspettare le emergenze.

mercoledì 28 ottobre 2009

Ronde a Francavilla? Non scherziamo...


Ho letto, con una certa inquietudine, della proposta di un consigliere comunale di maggioranza volta a chiedere l’istituzione delle ronde nella nostra città. Direi che ci manca solo quello. Tira infatti una brutta aria e pare si stia tentando di soffiare sul fuoco per creare ad arte un clima di tensione.
Si dice che in due settimane sarebbero state raccolte a sostegno di questa iniziativa oltre 1.800 firme. In attesa di vederle effettivamente, ritengo che non si possa minimamente consentire di far (anche solo) circolare un’idea così folle.
La creazione delle cosiddette ronde non è altro che un’azione propagandistica che rischia di portare solo caos nella città.
Peraltro, inquieta particolarmente che le suddette ronde possano essere ricollegabili a fazioni politiche (visto che l’autore dell’iniziativa è appunto un consigliere comunale e lo stesso ha dichiarato di volersi "arruolare"), con tutte le conseguenze intuitivamente nefaste: in alcuni Comuni del nord l’unico strabiliante risultato è stato l’aver creato scontri tra componenti delle ronde e militanti di sinistra. Sono stati gli stessi sindacati dei carabinieri a sostenere che, con l’istituzione delle ronde, si rischia un doppio lavoro, contro i delinquenti e contro i fanatici della sicurezza.
L’augurio è pertanto che l’amministrazione Della Corte, dopo una serie di provvedimenti proibizionisti adottati in estate (sui quali mi espressi all’epoca negativamente), non voglia ulteriormente caratterizzarsi accogliendo questa proposta che potrebbe servire solo a diffondere paura.
Invece di adottare provvedimenti pericolosi, se si vuole aiutare la cittadinanza a sentirsi più sicura, si cerchi di portare la “vita” nelle zone normalmente trascurate.
Mi auguro che il Sindaco si esprima in maniera netta sull’argomento e che dal canto suo l’opposizione non rimanga a guardare.